materia simbolica

…Ma ad un tratto m’accorsi di qualcosa che non andava, non so , un oggetto fuori posto, un errore, un disagio interno. Difatti
Tolsi la rosa e stavo per gualcirla tra le mani, per distruggerla, più che per nasconderla, ma la vidi.
Era così perfetta, così rossa e chiedeva solo la carezza dello sguardo, paventando il tocco delle dita. Dove i petali sono più stretti pareva che le battesse il cuore, e intanto buttava fuori il suo respiro profumato. Era una creatura che mi guardava, mostrandomi la sua bellezza senza pudore. Mi vergognai di lei, così aperta e così rossa, ma non potei sciuparla, stringendola nel pugno. La tenni in mano come le monache tenevano la candela in processione, ma più accostata al cuore, perché questa non scottava, odorava soltanto. Abbassai gli occhi anche io verso ul mio cuore, guardando il cuore vivo di quel fiore…
Dolores Prato * Scottature* Quodlibet 1996
RESPIRO
“La libertà è un respiro. Ma tutto il mondo respira, non solo l’uomo. Respirano le piante, gli animali. C’è ritmo (che è respiro) non solo per l’uomo. Le stagioni, il giorno, la notte sono respiro. Le maree sono un respiro. Tutto respira, e tutto ha il diritto di respirare. Questo respiro è universale, è il rollio inavvertibile e misterioso della vita. Se la libertà è prima di tutto un respiro, se è il respiro: sì, rispondo, c’è libertà per l’uomo… A me sembra vada diffondendosi il concetto di libertà come furto del respiro altrui; libertà come sopraffazione… Vi è il diritto di mentire, di presentarsi (pubblicamente) come altri, che è tipico della forza, vi è il diritto universale, legittimato dalla sola forza, di mercanteggiare e corrompere ciò che dovrebbe essere intoccabile: gli spazi terrestri e celesti, con le loro creature che respirano; gli spazi sociali con i figli dell’uomo che respirano. Distruggere campi e foreste, mutare e pervertire il ritmo delle stagioni; procedere tranquillamente alla reclusione e al massacro di milioni di creature ogni giorno solo per nutrirsi di carne o per indossare pellicce; torturare liberamente, in liberi laboratori, milioni di esseri sensibili e ignoti quanto l’uomo, torturarli fino alla morte… tutto questo viene presentato come difesa del proprio respiro (o libertà) dall’uomo. (…)
Quando anche l’ultima libertà della Terra e dei suoi figli meno forti potrà essere comprata e ridotta un’agonia, e distrutta –, allora il concetto di libertà che ne esce è deturpato e sconvolto. Non è più un respiro; non è di tutti! È del più forte e il più bruto. Diciamo che è una tirannia. (…)
La tirannia del Nulla, la tirannia del Denaro. Il denaro inteso non come corrispettivo o simbolo di scambio, del valore di un’opera, di un’impresa, ma come valore in sé, come oggetto estraneo alle opere e le imprese (alla umanità, infine), e che tuttavia muove, e ha diritto di muovere, le opere e le imprese…. Si muove e agisce tra le opere e le imprese dell’uomo, tra ciò che è atrocemente duro, reale, pagato (spesso con un’intera vita): là interviene, come uno gnomo, e cambia i valori di imprese e di opere, li cambia misurandoli con se medesimo, cioè col gratuito. Ciò che non si vede abitualmente, è che il Grande Denaro è in genere gratuito, nato dal niente… : non dovrebbe, quindi intervenire dove la vita paga ogni giorno il suo respiro – libertà –, non dovrebbe intervenire comprando, col nulla, la libertà. Ciò accade. Quando un uomo – o un gruppo – solo perché ha denaro compra (col nulla) un’isola, una montagna, uno spazio, compra delle merci (lavoro) e delle armi (per vincere un paese che intende sottomettere); oppure compra animali (sangue) e terra per allevarli, al solo fine di mercificare quegli animali e quel sangue – e nel farlo usa un potere senza più limite, il proprio potere decisionale sulle opere e le imprese degli uomini che lavorano - , allora questo intervento opera nella vita umana e terrestre un sovvertimento umano spaventoso. Noi non ce ne accorgiamo, normalmente; la cosa accade nella notte della coscienza e nella docile rassegnazione, nel sempre più rapido ottundimento dei sensi. Siamo frastornati e assediati dalle musiche (musiche del Nulla), non vediamo la tirannia del Nulla. Il denaro ha oggi mutuato ogni lavoro, ogni opera; il suo marchio è sulla fronte e nel cuore di tutti. Chi fa qualcosa non lo fa più per sé, o in onore del Dio nascosto – fa quella cosa o un’altra (e se sia la peggiore, non importa) nella sola speranza di ottenere l’ingresso nel Regno, farsi cittadino della Internazionale Economica, devoto circonciso del nuovo Tempio! Odio il denaro! Non il piccolo denaro dato alla tua fatica, con il quale compri un libro, o un giardino, o salvi la tua anima (da inerzia e tristezza), ma il grande, l’infinito denaro col quale compri tutte le città e i campi che vuoi e anche « questa siepe che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude ». Oggi, non c’è più libro che possa essere comprato da te, se il Grande Denaro giudica che i libri (che quel libro) è inutile, e nessuna « siepe » ti separerà dall’infinito – se ti fa male – o te lo concederà, se lo ami, perché non solo la siepe è comprata, ma lo stesso infinito è già nelle mire dell’onnipotente signore del nuovo mondo. Forse ventimila macchine ruotano oggi intorno alla Terra, ventimila e più lune d’acciaio la circondano! C’è chi si sente offeso, chi si sente morire. Ma che importano, al Denaro, offesa e agonia di qualcuno, o anche di moltitudini? Il Denaro non è l’uomo e non può tener conto dell’uomo.
Anna Maria Ortese, La libertà è un respiro, in Corpo celeste, Adelphi 1997

Come si poterono rimediare filosofie che mai giunsero alla pura conoscenza del'Unità, ma finsero che l'Uno dimorasse accanto a un'istituzione, a una politica, ad un ente: filosofie pensate non per sciogliere ma per legare?
Come si poté prestare attenzione a un'arte che in ultimo, invece di additare oltre, si restrinse a rispecchiare la realtà d'ogni giorno? Che per reazione tracciò bave e ghirigori?
Perché costringere i suoni nel sistema temperato, sopprimere i quarti di tono, ingabbiare il ritmo fra battute?
Come poté interessare un continente spiritualmente morto, così fiero, alla fine, di senil puerilità?
Eppure se si spinge lo sguardo oltremare, si vedono le terre ancora ricche di costume e di cerimoniale restringersi come una pelle di zigrino di anno in anno. Sul globo intero, l'ala fredda dell'idiozia, l'ombra dell'Occidente è protesa.
Elémire Zolla , Aure
della luce negli interstizi
verdi accoglie sussulti

“La vita è una ferita sempre aperta nell’immensità del cosmo, una cruna. Si può solo passare da là dentro, alargare la cruna. Anche se crediamo di essere dall’altra parte, siamo dentro questa ferita. Siamo circondati da disperazione, dolore, qualche volta anche da incontrollabile gioia, mentre stiamo andando a toccare, assieme a un possibile limite di sopravvivenza di specie su questo piccolo, sperduto pianeta, anche la sua zona fluida, connessa. Intanto l’universo – pare – si espande sempre più, le nostre molecole si allontanano impercettibilmente ogni istante di più le une dalle altre. Ci sarà un caldo enorme, da queste parti, poi un freddo enorme.”
A. Moresco da * Lettere a nessuno* Einaudi 2008
:

L’erba che ti cura nasce nel tuo giardino
Ippocrate

Le emozioni legate al senso morale sono elaborate lentamente dal cervello: lo dimostra una ricerca condotta da Antonio Damasio sulle emozioni complesse come l'ammirazione e la compassione

PORFIRIO dalle “Sentenze
A Jeshua
sempre nel mio cuore

Neve come mughetti ovunque sia simbolo … E foreste profonde d’ombre…
Hölderlin
*
Le stanze del Mitreo di San Clemente hanno pareti tossiche di calce e fosforo che non mi fanno respirare. Mi siedo su i un capitello corinzio , tronco sospeso nel buio e nel vuoto.
Sotto di me l’abisso, intorno a me il nero Nulla. Il capitello è bianco e luminoso.
*
Che con la morte
scorga l’orizzonte
Che mi ha tolto la vita
E. Dickinson
Bodhidharma trascende di gran lunga i moralisti, i puritani, le cosiddette "brave persone", i benefattori. Ha toccato il problema alla radice. Se in te non prende vita la consapevolezza, tutta la tua morale è falsa, tutta la tua cultura non è altro che uno strato sottile che può essere distrutto da chiunque. Ma se la tua morale sgorga dalla tua consapevolezza, e non da una precisa disciplina, allora è una questione del tutto diversa. In questo caso, risponderai a ogni situazione in base alla tua consapevolezza. E qualsiasi cosa farai sarà buona.
La consapevolezza non può fare alcunché di male. Questa è la sua suprema bellezza: qualsiasi cosa scaturisca dalla consapevolezza è bella, è giusta - e senza che si debbano fare sforzi, senza pratica alcuna. Pertanto, anziché potare le foglie e i rami, taglia le radici. E per tagliare le radici esiste un solo e unico metodo: essere all'erta, essere consapevoli, essere coscienti.
Osho
La mimosa, o Acacia dealbata (Mimosacee) pianta ornamentale diffusissima, introdotta in Europa all’inizio del secolo scorso ha più di 400 vrietà in Asia e Africa; è pianta ornamentale vivacissima di minuscoli fiori gialli sferici, riuniti in grappoli.Apparentemente fragile è in realtà una pianta adattabile e resistente. La corteccia Viene usata in decotto dagli aborigeni australiani per problemi gastrointestinali, malattie veneree e nervose.
"Se le porte della percezione fossero sgombrate,
ogni cosa apparirebbe com'è, infinita."
William Blake
Inno alla materia
Benedetta sii tu, aspra Materia, sterile gleba, dura roccia, tu che cedi solo alla violenza e ci costringi a lavorare se vogliamo mangiare.
Benedetta sii tu, pericolosa Materia, mare violento, indomabile passione, tu che ci divori se non t’incateniamo.
Benedetta sii tu, potente Materia, Evoluzione irresistibile, Realtà sempre nascente, tu che, spezzando ad ogni momento i nostri schemi, ci costringi ad inseguire, sempre più oltre, la Verità.
Benedetta sii tu, universale Materia, durata senza fine, Etere senza sponde, - triplice abisso delle stelle, degli atomi, e delle generazioni, tu che travalicando e dissolvendo le nostre anguste misure, ci riveli la dimensione di Dio.
Benedetta sii tu, impenetrabile materia, tu che, ovunque tesa tra le nostre anime ed il Mondo delle Essenze, ci fai languire dal desiderio di forare il velo senza cucitura dei fenomeni.

I quattro temperamenti: una via per l’autoconoscenza
In tutte le culture e in ogni epoca, religioni e sistemi filosofici hanno sempre cercato di spiegare l’essere umano, distinguendo in lui diversi principi.
In India hanno diviso l’uomo in sette principi (chakra) e in tre nature costituzionali (kapa, vata, pitta).
I cinesi in due componenti energetiche (yin, yang) e in cinque tipologie collegate ognuna ad un elemento (legno, fuoco, terra, metallo, acqua).
Per gli antichi egizi l’uomo era abitato da nove anime, tre per ogni piano (fisico, spirituale, divino).
Per il mazdeismo, la religione degli antichi persiani, nell’uomo coesistono due principi (luce e tenebre) o, in altre parole, il bene e il male.
Il mondo greco-romano lo ha diviso in quattro temperamenti (melanconico, flegmatico, sanguinico, collerico), dove in ognuno prevale un elemento (terra, acqua, aria, fuoco) e un umore (bile nera, flegma, sangue, bile gialla).
Il mondo cristiano in tre principi (corpo, anima, spirito).
Gli ebrei e i kabalisti in quattro (i quattro mondi) e in dieci (le dieci sefirot). Gli astrologi in dodici funzioni, in relazione con i dodici segni zodiacali.
Gli alchimisti in tre principi (zolfo, mercurio, sale), in quattro elementi, gli stessi della cultura greco-romana, e in sette archetipi planetari.
In opposizione a queste teorie alcuni hanno affermato che l’uomo è un’unità indivisibile.
Dov’è dunque la verità? Sicuramente in tutti. Dipende da quale punto di vista si considera l’uomo. Che lo si consideri un’unità, o lo si suddivida in due, tre, o più principi tutti sono nel vero. Le suddivisioni sono soltanto dei metodi pratici per presentare i diversi aspetti della realtà e della natura umana; esse non si contraddicono, perché ciascuna è vera da un certo punto di vista. Si può dividere l’uomo in tutte le parti che si vuole, ciò che risulta è sempre l’uomo, ma viene presentato ogni volta sotto un aspetto diverso; questo perché è impossibile all’intelletto coglierlo nella sua complessità.
In occidente, fin dall’antichità, si è affermata la concezione del quaternario. La teoria dei quattro elementi, in quanto teoria, non era una credenza vera e propria, ma costituiva un grande sistema in cui inquadrare individui di natura, cicli luminosi, età della vita, epoche storiche, per arrivare a capire le analogie e le relazioni armoniose o dissonanti che intercorrono tra i vari fenomeni e comprendere le leggi che regolano tutta la creazione. La teoria dei quattro elementi e quella umorale, fino a due secoli fa, sono state i pilastri della medicina tradizionale occidentale.
Sia in senso filosofico che religioso, tutte le culture riconoscono l’esistenza di un Principio primigenio che tutto contiene ed è contenuto in tutto e che, entrando in manifestazione, ha una sua prima suddivisione in due componenti (maschile, solare, attiva, yang / femminile, lunare, passiva, yin). Tutte gli individui di natura (pietre, metalli, piante, animali, uomini), esistono proprio in virtù di queste due energie complementari, ma tendenzialmente opposte, che essendo derivate da un principio unico che le contiene entrambe hanno un legame, un desiderio di unirsi, che rende possibile il miracolo di ogni cosa, l’esistenza di infinite forme di vita.
Questo passaggio dall’uno al due è particolarmente importante in ambito diagnostico perché dà immediatamente una chiave di lettura dell’essere umano: la persona che si rivolge ad un medico per un consiglio o per essere curata, a prescindere dal problema che sta vivendo in quel momento, presenta sempre una situazione di cattiva armonia tra le due componenti energetiche. Queste due qualità, che sono proprie di ogni individuo, nel momento in cui non hanno un rapporto corretto tra di loro sono la fonte di qualsiasi squilibrio energetico, condizione che può cristallizzarsi in una malattia vera e propria o quantomeno in una o più disfunzioni. Segue poi un secondo passaggio, dalle due componenti ai tre principi che caratterizzano ogni individuo di natura (corpo anima, spirito).
Di separazione in separazione, il Principio primigenio continua il suo percorso di discesa per arrivare a dare forma alla creazione così come noi la vediamo.
Questi concetti si ritroviamo tutti nella Medicina Umorale. Le quattro raffigurazioni sono una rappresentazione delle varie costituzioni (sanguinico, flegmatico, collerico, melanconico), che vanno lette e interpretare in modo simbolico. In ognuna ci sono un uomo e una donna, che si rapportano con modalità differenti.
Nel Sanguinico, in alto a sinistra, predominana la componente maschile, anche se non in maniera prepotente, ed ha con la componente femminile ha un rapporo incalzante che la immobilizza rendendola poco attiva.
Nel flegmatico, in basso a sinistra, la relazione tra le due componenti si manifesta come assenza di rapporto diretto e fecondo. Nell’immagine entrambe suonano uno strumento, si dedicano all’arte, cioè sublimano ad un solo livello l’aspetto creativo che invece, per creare armonia, dovrebbe essere espresso a tutti i livelli (psico-mentale, emotivo e fisico).
Nel collerico, in alto a destra, la componente maschile è così preponderante, prepotente e addirittura violenta, che annulla totalmente la componente femminile.
Nel melanconico, in basso a destra, c’è una totale assenza di rapporto tra le due componenti. Quella maschile è ripiegata su se stessa, perde qualsiasi attività tranne quella della commiserazione, mentre la componente femminile si dedica a qualcosa di ripetitivo, magari anche di utile perché sta filando la lana, che però non attiene ad alcuna relazione con la componente maschile.
Lo studio dei temperamenti permette, attraverso l’analisi visiva della persona (tratti somatici) e lo studio del comportamento (personalità, carattere), di arrivare a determinare quali sono le forze (gli archetipi), si manifestano maggiormente e di conseguenza quali altre possono essere in carenza e come, dal punto di vista terapeutico, vanno riequilibrate o sostenute.
Il melanconico è il temperamento in cui prevale l’elemento terra, il più pesante di tutti, di natura fredda e secca, solida, rigida e assorbente. La Terra rappresenta la massima espressione dell’energia centripeta e nell’uomo corrisponde all’aspetto fisico, esprime la funzione di sostegno collegata ai tessuti mineralizzati (ossa, cartilagini, cute, unghie, capelli). Apparato scheletrico, sistema digestivo e tessuto connettivo mesenchimale sono i corrispettivi organici di questa tipologia.
Il melanconico è magro, ha la cute fredda e olivastra; funzioni neurovegetative rallentate; sguardo poco espressivo che rispecchia un carattere introverso, riservato, pessimista e incline alla tristezza.
In lui tutto dà l’impressione di cadere; come se fosse attratto dalla terra. Egli avverte in eccesso la forza di gravità, la densità della materia, e soffre per la pesantezza del suo corpo. Gli occhi non sono mai bene aperti, guardano con scarso interesse il mondo intorno (l’attenzione è rivolta maggiormente all’interiorità). Mancano di splendore, non comunicano voglia di vivere, lo sguardo è poco espressivo. Dalla fronte, rabbuiata a volte con spesse rughe, si nota la pesantezza dell’elemento pensiero). Naso lungo e sottile, con narici strette e punta rivolta verso il basso, associato a guance piatte e talvolta infossate. Gli angoli della bocca sono rivolti verso il basso. Mento non molto sviluppato, a volte allungato che spesso tende a rientrare. Arti superiori lunghi e di solito sottili, soprattutto le mani con le lunghe dita. Arti inferiori goffi, spesso le gambe sono ad x e i piedi piatti. Sono questi, in generale, i tratti che caratterizzano il temperamento.
Il portamento del melanconico manca di slancio; non tiene mai la testa ben dritta, porta il capo in avanti o piegato di lato. Manca di postura poiché la forza di gravità, il peso, vince su di lui. Da seduto, ma ancor più quando cammina, tiene le spalle cadenti e in avanti, il petto infossato, favorendo così l’atteggiamento curvo e piegato della schiena. Procede con le braccia a ciondoloni, sollevando a fatica i piedi dal suolo; l’andatura appare fiacca e strascicata
La sua impronta prevalentemente terrena lo induce all’oggettività, alla concretezza, alla calma e al rallentamento di tutte le funzioni. Il malinconico psichicamente è Introverso, riservato, silenzioso, profondo, affidabile, concreto, costante, ama il raccoglimento la solitudine e l’autonomia. È incline alla tristezza, alla malinconia e col tempo rischia di cadere in una depressione vera e propria. In genere è una persona attenta all’ordine, all’organizzazione spaziale e temporale, che cura i particolari e i dettagli; spesso però, per la sua rigidità, sconfina nell’intransigenza, nella meticolosità e nella pignoleria. Quando viene contrariato o frustrato tende a rimuginare, a vedere tutto nero, ad assumere un atteggiamento pessimistico. Il malinconico un’anima che soffre per la densità delle sostanze solide di cui è costituito, che non riesce a compenetrare con la sua individualità e a padroneggiare appieno il suo corpo che gli oppone resistenza e non gli permette di servirsene, che gli provoca dolori anche in stato di salute. Avverte tale disagio in ogni movimento, nel respiro, nella circolazione del sangue e percepirlo gli causa dolore, malinconia e depressione.
Essendo interiormente rigido e bloccato tende a tenere tutto dentro, e manifesta la stessa rigidità anche a livello osteo-articolare, nella tendenza alle malattie delle arterie e, in generale, a fenomeni di indurimento e sclerosi. La tendenza a rimuginare si può tradurre, sul piano fisico, in un metabolismo lento e difficile che può portare all’autointossicazione profonda. Tende a soffrire di stipsi (modalità con cui l’organismo tiene tutto dentro), emicranie di origine digestiva, emorroidi, iperuricemia, calcoli biliari e renali.
Nel temperamento flegmatico prevale invece l’elemento acqua, di natura fredda e umida, fluida, mobile, ricettrice, attenuante, pesante che tende verso il basso. L’Acqua è l’origine della vita, la matrice di tutte le forme, il “mestruo universale”; rappresenta il passivo, il femminile, i sentimenti. Nell’uomo il principio Acqua è attivo in tutti i liquidi corporei (sistema linfatico, apparato venoso, liquidi cellulari, apparato uropoietico), nel sistema neurovegetativo e in quello ormonale. Corrisponde anche allo stato emotivo e a quello mentale.
L’eccesso di acqua fa tendere il corpo alla dilatazione, e il flegmatico avrà forme rotonde, atoniche, cute pallida e fredda, funzioni neurovegetative torpide. È un temperamento in comunione soprattutto con le forze della crescita, col segreto della vita che si cela nell’elemento Acqua, ed è per questo che nel suo organismo i fluidi assumono la massima importanza ed il sistema ghiandolare svolge un ruolo di primo piano.
A livello fisico, il flegmatico si distingue perché in lui tutto tende allo sferico-tondeggiante, e per il suo aspetto cordiale e gradevole. Gli occhi appaiono piccoli perché circondati da palpebre ingrossate; sono privi di vivacità ma non di luce. A differenza del melanconico, il suo sguardo è gioviale e lieto, mai triste, mai cupo; guarda il mondo con una buona porzione di contentezza e i suoi occhi sono belli perché sereni. Il mento si arrotonda verso il basso formando un doppio mento
Il flegmatico non ama il movimento (in genere è pigro) e nell’andatura rivela una certa pesantezza. Il passo è barcollante, come quello degli uccelli acquatici o degli ubriachi: si appoggia prima su un piede e poi sull’altro, dondolando con il corpo, caratteristica che si accentua quando deve prendere una decisione.
Introverso, adattabile, sensibile, emotivo, fantasioso, mutevole, impressionabile, paziente e riflessivo, calmo e tranquillo, lascia che le cose gli scivolino addosso, è un buon osservatore del suo ambiente, considera tutto con calma e si diverte a guardare l’agitazione e la fretta degli altri. Assorbire, tamponare, smussare, adattarsi, sono le cose che gli riescono meglio. Trasmette serenità e senso di accogliente simpatia grazie al suo notevole spirito di adattamento e alla sua plasticità. Ottimo ascoltatore, abile “meieuta”, sa ben sintonizzarsi sugli altri tirandone fuori il meglio; spesso però si spersonalizza, diventando tutto tranne che se stesso, lasciandosi fuorviare dalle esigenze e dalle aspettative altrui tralasciando le proprie. Essendo legato all’acqua Il flegmatico è la tipica persona sognante, che si immerge nelle sue fantasie fino a perdere il contatto con la realtà. Ciò che meglio rivela il suo carattere è quando si siede a tavola: ama mangiare e bere, assaporare il cibo con intima partecipazione, perché si sente vivificato dai processi digestivi e assimilativi, dove l’elemento fluido svolge un ruolo preponderante.
Sul versante psicologico i problemi possono insorgere o per eccesso di adattamento. La sua caratteristica di assorbire umori, idee, stati d’animo altrui, si riflette anche nella predisposizione alla ritenzione di liquidi per via del metabolismo e del drenaggio lenti. Ciò comporta la tendenza al deposito di acqua e di scorie nei tessuti molli, il che favorisce, nelle donne, la cellulite.
Tendenza alla stasi, ristagni alla circolazione venosa e linfatica, facilità agli edemi e ai gonfiori (soprattutto agli arti inferiori), ritenzione idrica, squilibrio delle funzioni ghiandolari (tiroide, ipofisi, gonadi), risposta immunitaria lenta con predisposizione alle infezioni croniche o recidivanti, infiammazioni alle mucose in genere (per eccesso di umido), candidosi, tendenza alle malattie catarrali, dismetabolismi, diabete (tipica della discrasia del flemmatico), irregolarità della vescica, labilità del sistema neurovegetativo (manifestazioni d’ansia con insonnia, vertigini, palpitazioni, difficoltà digestive, aerofagia). Questi sono i problemi a cui può andare incontro il flegmatico.
Nel sanguinico prevale l’aria, elemento caldo e umido, leggero, mobile, che tende verso l’esterno; rappresenta chiarezza, purezza, comunicabilità. Nel corpo umano è presente ed agisce nel respiro (polmonare e cellulare) e nel sistema nervoso. Si esprime attraverso l’intelletto, il piano mentale, la relazione interno-esterno. Il sangue, elemento ubiquitario dell’organismo, ma anche l’aria elemento ubiquitario dell’ambiente esterno, sono i principali collegamenti simbolici di questa tipologia. Il sanguinico vive essenzialmente nell’elemento aria in cui si esprimono le forze animiche, che si servono del sistema nervoso e della respirazione. Gli organi più rappresentativi sono il sistema cardiovascolare, quello respiratorio, la cute (superficie di scambio generale), il sistema nervoso, sollecitato dai sensi e dai recettori cutanei estremamente sensibili. La prontezza dei nervi recettivi, per tutto quanto si svolge nell’ambiente, è un tratto caratteristico del temperamento sanguinico; per questo viene spesso considerato un tipo “nervoso”, non in senso patologico. La mobilità caratterizza tutti gli aspetti umani: funzioni fisiologiche, agilità corporea, espressività, parola, intelligenza e pensiero; è talmente mobile che difficilmente riesce stare fermo per troppo tempo.
Ha forme tondeggianti ma piene e toniche (l’umidità presente nell’aria fa tendere il corpo all’aumento di peso), cute rossa e calda, funzioni neurovegetative attive. Nei tratti del viso si nota una certa tensione, che dona a questo temperamento un’aria da “furbetto”. Gli occhi del sanguinico sono mobili, vivaci, ben aperti, curiosi del mondo, brillano come gemme. Il naso quando è lungo e formoso, manifesta un’indole artistica, se è piccolo e con la punta rivolta all’insù evidenzia un’indole superficiale e loquace. Il fascino e la grazia del temperamento sanguigno appaiono anche nella forma delle guance (tonde e paffute), nella bocca ben modellata, nelle labbra morbide che paiono sempre sul punto di aprirsi per dire qualcosa. Spesso un leggero sorriso rafforza questo fascino.
Di solito il passo del sanguigno è leggero, slanciato e saltellante, le gambe si muovono senza difficoltà, il peso grava sulla parte anteriore del piede e sulle dita. Il movimento è dinamico e fluttuante, come se volasse o danzasse.
Il temperamento sanguinico si riconosce maggiormente dal carattere e dalla personalità piuttosto che dai tratti somatici. È un individuo estroverso, geniale, creativo, furbo, dinamico, curioso, intuitivo, passionale, versatile, eclettico, comunicativo, gioviale, agitato, impulsivo, iperattivo. Ha sempre bisogno di comunicare e non sta mai zitto; la leggera ironia è un suo tratto caratteristico. Insofferente alle costrizioni, tollerante, contrario ai dogmi e alle prese di posizione rigide, ma guai a toccare i suoi ideali, sui quali non ammette discussioni, o a limitare il suo spazio vitale e la sua libertà,. È un sognatore ma, a differenza del flegmatico, sogna cose realizzabili; la sua mente è un vulcano che sforna idee e progetti in continuazione.
Sensibile a tutto ciò che viene incontro dall’esterno, vuole fare tutto nel minor tempo possibile, passando volentieri da un’occupazione all’altra. Ai pasti mangia in gran fretta e si sente sempre più affamato, a causa del suo metabolismo veloce. In ambito sentimentale è spesso attratto da più persone contemporaneamente, quando un legame fisso limita la sua libertà di movimento, tenderà a lamentarsene e a crearsi situazioni parallele. Dal punto di vista psichico, spesso vive un rapporto difficile con le cose concrete. Quando perde la capacità di interpretare correttamente le sue sensazioni fisiche, finisce per scivolare nell’ipocondria e nell’incuria di sé, tenderà a mangiare troppo o troppo poco e spesso male, soprattutto a mischiare alimenti e sapori. Difficilmente riuscirà a seguire una dieta alimentare, perché la regolarità in genere lo disturba.
Il sistema nervoso (centrale, periferico e neurovegetativo) è il tallone d’Achille del sanguinico. Non stando mai fermo (fisicamente e mentalmente), il tessuto nervoso diventa troppo vitale, gli organi di senso instabili e l’individuo non riesce più a distinguere correttamente ciò che avviene fuori e ciò che accade dentro, subentra il disordine nei processi ritmici (polso e respiro accelerano). In genere soffre di disturbi neurovegetativi da stress: palpitazioni, aritmie cardiache, ipertensione, malattie polmonari, malattie del sistema nervoso, ipertiroidismo, cefalee, vampate di calore, disturbi del ciclo mestruale, cattiva circolazione periferica (crampi, formicolii), difficoltà digestive, ansia.
Il fuoco prevale nel temperamento collerico. Caldo e secco, leggero, luminoso, volatile, massima espressione dell’energia centrifuga, è il principio che dona l’impulso iniziale, rappresenta movimento, azione, creatività, forza, volontà. Nell’uomo è presente e attivo nel cervello, nel midollo, nel sangue e si esprime attraverso l’energia psichica. Sul piano fisico è associato al fegato (organo della collera e della attivazione) e alle sue funzioni metaboliche ed energetiche.
Anche nel collerico il temperamento influisce notevolmente a livello fisico. Può essere alto (sale in alto come il Fuoco), oppure di statura normale ma sempre ben piantato (tende nuovamente verso la terra), non grasso ma tonico e asciutto, ha la cute calda e olivastra.
Gli occhi sono pungenti, aggressivi, lo sguardo è di sfida, fisso e penetrante (non lo abbassa mai); in molti casi gli occhi hanno una particolare forza di attrazione. La mascella inferiore quadrata, un po’ sporgente, con le labbra ben serrate, mento pronunciato e volitivo. Il collerico ha il cosiddetto “collo taurino”, le spalle larghe, postura ben ferma e testa è dritta. Due atteggiamenti del capo sono particolarmente caratteristici: getta la testa all’indietro con alterigia, come il gallo nel pollaio, oppure la sporge in avanti la testa, china la fronte e fissa il proprio interlocutore con uno sguardo acuto, pungente, come un toro prima dell’attacco.
Cammina con passo deciso, poggiando con forza il tallone sul suolo (tipo passo dell’oca). È un soggetto rumoroso che si sente arrivare: i movimenti sono secchi, forti, marziali e imprevedibili, spesso cambiano di direzione improvvisamente (come il fuoco in un incendio).
Il portamento marziale e lo sguardo penetrante ed espressivo rivelano un carattere estroverso, espansivo ambizioso, coraggioso, volitivo, caparbio, passionale. Vive fortemente il fuoco, elemento in cui la vera individualità, lo spirito dell’uomo, trova maggiori possibilità per farsi strada. Si possono riassumere i tratti salienti di questa tipologia in quella di un soggetto entusiasta, irascibile, che si “accende” per un nonnulla ma, di solito, altrettanto velocemente si spegne. Ha una carica tale che sembra che stia per esplodere da un momento all’altro (la discrasia del collerico si riconosce dal fatto che non riesce a calmarsi, è sempre agitato, in tensione pronto a scattare). Spesso è dotato di un’ironia fulminante che colpisce per affondare, mentre quella del sanguinico è più leggera. Il collerico ha bisogno di fare, di passare all’azione e ama farsi fautore di attività, relazioni, interessi che lo coinvolgono in pieno, ma che non appena sono avviate perdono di attrattiva. Carismatico, estremista, senza mezze misure, manifesta un io forte e gagliardo (un io condottiero), che vuole apparire, affermarsi ad ogni costo; in lui urge la volontà di lasciare nel mondo un segno tangibile dei suoi sforzi. Se non riesce a concretizzare le sue iniziative rischia talvolta di rifugiarsi in fantasie irrealizzabili, ottenendone gravi frustrazioni emotive e rinchiudendosi sempre di più in sé stesso. Quando un soggetto collerico non è governato dalla sua vera personalità, egoismo, brama di potere e un’eccessiva esaltazione delle proprie possibilità, possono prendere il sopravvento e gli istinti prevalere sulla ragione. Il fuoco della natura collerica aiuta l’io dell’uomo ad esprimere la sua individualità e a realizzare, mediante l’azione, i suoi compiti nel mondo, però dipende dalla singola individualità a quale scopo il fuoco verrà impiegato: se per creare o per distruggere.
Di solito il collerico “brucia” tutto, anche le tossine, cosicché non si depositano in profondità. La modalità di espellerle conduce però a intasare gli organi emuntori, quindi possono comparire disturbi cutanei, respiratori, digestivi che testimoniano questa intensa attività. Come organo rappresentativo della tipologia, il fegato può essere un punto debole (il collerico finisce per sovraccaricare fegato e cistifellea) Altri organi collegati sono la cistifellea, gli occhi e i tendini che possono risultare facili alle infiammazioni, o comunque particolarmente vulnerabili. Disturbi epatici, ipertensione arteriosa, infiammazioni in generale, malattie della pelle, eczemi, dermatiti, asma allergica, congiuntiviti e riniti allergiche, tensione nervosa, insonnia, sono i problemi a cui va incontro il collerico. Una funzione da tenere presente è quella dell’attivazione, della “messa in moto”: molti soggetti che rientrano in questa tipologia hanno difficoltà a riprendere l’attività dopo il sonno, o dopo il rientro dalle vacanze o dal week-end, che ovviamente si accentua quando c’è una disarmonia.
di Giorgio Mortini
fonte www.infoculturale.it


l'ottobre
"Les très riches heures" du Duc de Berry
22 settembre equinozio d'autunno
Dove ritroverò le mie infelicità
numerose quanto incontrollabili?
A.Zanzotto






Se coltivi con eccessiva tenerezza il tuo " jardin secret",
il giardino segreto della tua anima,
può facilmente accadere che esso cominci a diventare troppo rigoglioso,
insomma a crescere oltre lo spazio assegnatogli
e ad invadere gradatamente anche questi territori della tua anima
che non erano destinati a rimanere segreti.
Pertanto può perfino succedere che l'intera tua anima
si trasformi in un giardino recintato e che,
malgrado tanto fiorire e spandere profumi,
languisca per troppa solitudine.
A. Schnitzler * Doppio sogno*
L'innesto del Vaiuolo
al Dottore Gianmaria Bicetti de' Buttinoni
O Genovese ove ne vai? qual raggio
Brilla di speme su le audaci antenne?
Non temi oimè le penne
Non anco esperte degli ignoti venti?
Qual ti affida coraggio
All'intentato piano
De lo immenso oceano?
Senti le beffe dell'Europa, senti
Come deride i tuoi sperati eventi.
Ma tu il vulgo dispregia. Erra chi dice,
Che natura ponesse all'uom confine
Di vaste acque marine,
Se gli diè mente onde lor freno imporre:
E dall'alta pendice
Insegnolli a guidare
I gran tronchi sul mare,
E in poderoso canape raccorre
I venti, onde su l'acque ardito scorre.
Così l'eroe nocchier pensa, ed abbatte
I paventati d'Ercole pilastri;
Saluta novelli astri;
E di nuove tempeste ode il ruggito.
Veggon le stupefatte
Genti dell'orbe ascoso
Lo stranier portentoso.
Ei riede; e mostra i suoi tesori ardito
All'Europa, che il beffa ancor sul lito.
Più dell'oro, BICETTI, all'Uomo è cara
Questa del viver suo lunga speranza:
Più dell'oro possanza
Sopra gli animi umani ha la bellezza.
E pur la turba ignara
Or condanna il cimento,
Or resiste all'evento
Di chi 'l doppio tesor le reca; e sprezza
I novi mondi al prisco mondo avvezza.
Come biada orgogliosa in campo estivo,
Cresce di santi abbracciamenti il frutto.
Ringiovanisce tutto
Nell'aspetto de' figli il caro padre;
E dentro al cor giulivo
Contemplando la speme
De le sue ore estreme,
Già cultori apparecchia artieri e squadre
A la patria d'eroi famosa madre.
Crescete o pargoletti: un dì sarete
Tu forte appoggio de le patrie mura,
E tu soave cura,
E lusinghevol' esca ai casti cori.
Ma, oh dio, qual falce miete
De la ridente messe
Le sì dolci promesse?
O quai d'atroce grandine furori
Ne sfregiano il bel verde e i primi fiori?
Fra le tenere membra orribil siede
Tacito seme: e d'improvviso il desta
Una furia funesta
De la stirpe degli uomini flagello.
Urta al di dentro, e fiede
Con lièvito mortale;
E la macchina frale
O al tutto abbatte, o le rapisce il bello,
Quasi a statua d'eroe rival scarpello.
Tutti la furia indomita vorace
Tutti una volta assale ai più verd'anni:
E le strida e gli affanni
Dai tugurj conduce a' regj tetti;
E con la man rapace
Ne le tombe condensa
Prole d'uomini immensa.
Sfugge taluno è vero ai guardi infetti;
Ma palpitando peggior fato aspetti.
Oh miseri! che val di medic' arte
Nè studj oprar nè farmachi nè mani?
Tutti i sudor son vani
Quando il morbo nemico è su la porta;
E vigor gli comparte
De la sorpresa salma
La non perfetta calma.
Oh debil' arte, oh mal secura scorta,
Che il male attendi, e no 'l previeni accorta!
Già non l'attende in orïente il folto
Popol che noi chiamiam barbaro e rude;
Ma sagace delude
Il fiero inevitabile demòne.
Poichè il buon punto ha colto
Onde il mostro conquida,
Coraggioso lo sfida;
E lo astrigne ad usar ne la tenzone
L'armi, che ottuse tra le man gli pone.
Del regnante velen spontaneo elegge
Quel ch'è men tristo; e macolar ne suole
La ben amata prole,
Che non più recidiva in salvo torna.
Però d'umano gregge
Va Pechino coperto;
E di femmineo merto
Tesoreggia il Circasso, e i chiostri adorna
Ove la Dea di Cipri orba soggiorna.
O Montegù, qual peregrina nave,
Barbare terre misurando e mari,
E di popoli varj
Diseppellendo antiqui regni e vasti,
E a noi tornando grave
Di strana gemma e d'auro,
Portò sì gran tesauro,
Che a pareggiare non che a vincer basti
Quel, che tu dall'Eussino a noi recasti?
Rise l'Anglia la Francia Italia rise
Al rammentar del favoloso Innesto:
E il giudizio molesto
De la falsa ragione incontro alzosse.
In van l'effetto arrise
A le imprese tentate;
Chè la falsa pietate
Contro al suo bene e contro al ver si mosse,
E di lamento femminile armosse.
Ben fur preste a raccor gl'infausti doni
Che, attraversando l'oceàno aprico,
Lor condusse Americo;
E ad ambe man li trangugiaron pronte.
De' lacerati troni
Gli avanzi sanguinosi,
E i frutti velenosi
Strinser gioiendo; e da lo stesso fonte
De la vita succhiar spasimi ed onte.
Tal del folle mortal tale è la sorte:
Contra ragione or di natura abusa;
Or di ragion mal usa
Contra natura che i suoi don gli porge.
Questa a schifar la morte
Insegnò madre amante
A un popolo ignorante;
E il popol colto, che tropp'alto scorge,
Contro ai consigli di tal madre insorge.
Sempre il novo, ch'è grande, appar menzogna,
Mio BICETTI, al volgar debile ingegno:
Ma imperturbato il regno
De' saggi dietro all'utile s'ostina.
Minaccia nè vergogna
No 'l frena, no 'l rimove;
Prove accumula a prove;
Del popolare error l'idol rovina,
E la salute ai posteri destina.
Così l'Anglia la Francia Italia vide
Drappel di saggi contro al vulgo armarse.
Lor zelo indomit' arse,
E di popolo in popolo s'accese.
Contro all'armi omicide
Non più debole e nudo;
Ma sotto a certo scudo
Il tenero garzon cauto discese,
E il fato inesorabile sorprese.
Tu sull'orme di quelli ardito corri
Tu pur, BICETTI; e di combatter tenta
La pietà violenta
Che a le Insubriche madri il core implica.
L'umanità soccorri;
Spregia l'ingiusto soglio
Ove s'arman d'orgoglio
La superstizïon del ver nemica,
E l'ostinata folle scola antica.
Quanta parte maggior d'almi nipoti
Coltiverà nostri felici campi!
E quanta fia che avvampi
D'industria in pace o di coraggio in guerra!
Quanta i soavi moti
Propagherà d'amore,
E desterà il languore
Del pigro Imene, che infecondo or erra
Contro all'util comun di terra in terra!
Le giovinette con le man di rosa
Idalio mirto coglieranno un giorno:
All'alta quercia intorno
I giovinetti fronde coglieranno;
E a la tua chioma annosa,
Cui per doppio decoro
Già circonda l'alloro,
Intrecceran ghirlande, e canteranno:
Questi a morte ne tolse o a lungo danno.
Tale il nobile plettro infra le dita
Mi profeteggia armonïoso e dolce,
Nobil plettro che molce
Il duro sasso dell'umana mente;
E da lunge lo invita
Con lusinghevol suono
Verso il ver, verso il buono;
Nè mai con laude bestemmiò nocente
O il falso in trono o la viltà potente.
Giuseppe Parini

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